home  | mail                                                                                                                        Anno II, Dicembre 2006

 

CORTE DI CASSAZIONE; sezione I civile; sentenza 29 novembre 2006, n. 25366; Pres. OLLA; Est. SAN GIORGIO, P.M. CENICCOLA (concl. diff.). Cassa App. Venezia 2 febbraio 2006.

 

Amministrazione di sostegno – Procedimento – Necessità della difesa tecnica – Specificità delle singole fattispecie per le quali è richiesta la misura di protezione – Soluzioni differenziate – Individuazione (artt. 407 e 411 cod. civ.).

Difesa tecnica – Ipotesi di mancata previsione legislativa – Necessità o irrilevanza – Discrimine – Consistenza situazioni soggettive coinvolte (art. 82 cod. proc. civ.) 

 

«Il procedimento per la nomina dell’amministratore di sostegno, il quale si distingue, per natura, struttura e funzione, dalle procedure di interdizione e di inabilitazione, non richiede il ministero del difensore nelle ipotesi, da ritenere corrispondenti al modello legale tipico, in cui l’emanando provvedimento debba limitarsi ad individuare specificamente i singoli atti, o categorie di atti, in relazione ai quali si richiede l’intervento dell’amministratore; necessitando, per contro, della difesa tecnica ogni qualvolta il decreto che il giudice ritenga di emettere, sia o non corrispondente alla richiesta dell’interessato, incida sui diritti fondamentali della persona, attraverso la previsione di effetti, limitazioni o decadenze, analoghi a quelli previsti da disposizioni di legge per l’interdetto o l’inabilitato, per ciò stesso incontrando il limite del rispetto dei principi costituzionali in materia di diritto di difesa e del contraddittorio» (massima affidamentocondiviso.it) (1)

«Il discrimen ai fini dell’affermazione, ovvero della negazione, della necessità della difesa tecnica, nelle ipotesi di mancata previsione legislativa espressa in un senso o nell’altro, non può essere individuato nel carattere contenzioso ovvero di volontaria giurisdizione della procedura di cui si tratta, ma deve essere rapportato, invece, alla consistenza delle situazioni soggettive coinvolte» (massima affidamentocondiviso.it) (2)

__________

(1) La sentenza in rassegna, in applicazione del riferito principio di diritto, cassava il decreto della Corte d’appello di Venezia 2 febbraio 2006 (pubblicato per esteso su www.unicostmilano.it), il quale, dopo avere correttamente escluso una totale assimilazione strutturale e funzionale tra l’istituto dell’amministratore di sostegno, da un lato, e la interdizione e la inabilitazione, dall’altro (con conseguente esclusione, in linea di principio, dell’applicazione della disciplina generale in materia di difesa tecnica), non si era successivamente, però, «fatta carico di accertare se nella specie si versasse in una situazione tale da rendere necessario il ricorso ad alcune delle limitazioni previste per l’interdetto e l’inabilitato»; rilevando che, in quest’ultima ipotesi, il giudice tutelare avrebbe dovuto invitare la parte a nominare un difensore.

Ciò posto, deve osservarsi che, nella specie, la questione interpretativa, sottoposta per la prima volta all’esame della S.C., riguardava «la possibilità di presentare la richiesta di nomina dell’amministratore di sostegno e, più in generale, di partecipare al relativo procedimento, in primo grado, senza il ministero di un difensore» (ff. 10-11 sentenza), tenuto conto che la legge 9 gennaio 2004, n. 6, che introduceva nell’ordinamento l’istituto dell’amministratore di sostegno, per un verso, non conteneva alcuna disposizione implicante la difesa tecnica nel relativo procedimento, ma, per altro verso, non ne escludeva dichiaratamente la necessità.

La pronuncia in esame, premesso un approfondito excursus, da un lato, sulla portata della regola dell’onere del patrocinio, ex art. 82, co. 3, c.p.c., e, dall’altro, sulla natura e sfera di operatività dell’istituto dell’amministratore di sostegno (sul punto, ribadendo le affermazioni di Cass. 12 giugno 2006, n. 13584, est. San Giorgio), affermava che: «la legge n. 6 del 2004 ha introdotto un istituto la cui disciplina presenta caratteristiche che lo distinguono, e lo contrappongono, nella sua stessa essenza ontologica, alle altre figure di “protezione degli impediti ad agire” ed ai corrispondenti modelli procedimentali già presenti nel nostro ordinamento positivo e rimasti peraltro in vigore» (ff. 17 sentenza).

Conseguentemente a tale conclusione, la S.C. rilevava che il contrasto dottrinale e giurisprudenziale sulla necessitò, o meno, della difesa tecnica nel relativo procedimento era stato ingenerato: 1) dalla mancata considerazione della coesistenza in un unicum di ipotesi diverse; 2) dalla atipicità rispetto al sistema preesistente del modello procedimentale in esame; 3) dalla radicale novità sostanziale e formale dell’istituto dell’amministratore di sostegno.

Ne derivava l’impossibilità di optare per una soluzione unitaria, ma la necessità, di contro, di adottare soluzioni differenziate a seconda delle varie fattispecie per le quali era richiesta la misura dell’amministrazione di sostegno.

Segnatamente, in presenza di interventi che si limitavano all’attribuzione all’amministratore di sostegno di compiti di mera «assistenza», a volte solo fattuale (quale, ad es., la materiale riscossione della pensione), la S.C. riteneva non necessario il ministero del difensore a favore di un soggetto che, in questi casi, chiedeva l’intervento del giudice tutelare in funzione attuativa di un proprio interesse; viceversa, in presenza di provvedimenti incidenti nella sfera giuridica dell’interessato, con effetti del tutto analoghi a quelli «incapacitanti» dei due istituti di protezione (interdizione e inabilitazione), la S.C. riteneva necessaria la difesa tecnica del soggetto destinatario della misura ablativa di diritti.

In dottrina, in senso difforme dalle conclusioni raggiunte dalla S.C., vedi CALABRO’, L’Amministrazione di Sostegno secondo la legge n. 6/2004. Esigenze di tutela e divergenze interpretative, in www.unicostmilano.it, secondo cui nella procedura di amministrazione di sostegno si doveva escludere la necessità del patrocinio di un avvocato, stante il carattere non contenzioso e di volontaria giurisdizione della procedura di cui si tratta, tranne l’ipotesi in cui l’istanza ex art. 407 c.c. fosse stata presentata con il medesimo ricorso avente ad oggetto la revoca della pronuncia di interdizione o di inabilitazione (in senso conforme, vedi Trib. dei Diritti del Malato, parere del 10.12.2004, pubblicato su ww.unicostmilano.it); nonché SERRAO, Chi difenderà i deboli dal giudice?, in www.personaedanno.it del 20.2.2006, secondo cui: «La legge 9 gennaio 2004, n. 6, istitutiva dell’amministrazione di sostegno e recante modifiche ai procedimenti d’interdizione e di inabilitazione, non prevede espressamente la necessità del ministero di un difensore ai fini dell’ammissibilità del ricorso introduttivo del procedimento, ma richiede per la presentazione del ricorso l’indicazione delle generalità del beneficiario, la sua dimora abituale, le ragioni per le quali si chiede la nomina dell’amministratore di sostegno, il nominativo ed il domicilio di familiari e conviventi se conosciuti dal ricorrente».

SULLA PERIMETRAZIONE E SULL’AMBITO DI APPLICABILITÀ DELL’ISTITUTO DELL’AMMINISTRATORE DI SOSTEGNO IN RAPPORTO AGLI ISTITUTI DELLA INTERDIZIONE E DELLA INABILITAZIONE, vedi Cass. n. 13584/2006, cit..

(2) Nella specie, al fine di stabilire se il ministero del difensore dovesse ritenersi obbligatorio con riguardo alla procedura diretta alla istituzione dell’amministratore di sostegno, la S.C. non riteneva risolutivo il richiamo alla natura del procedimento di che trattasi come di volontaria giurisdizione, «stante la ricorrente introduzione da parte del legislatore, nell’ambito dei procedimenti di volontaria giurisdizione, di norme impositive dell’onere del patrocinio, in ragione della esigenza sempre più avvertita del rispetto delle garanzie dirette a realizzare la pienezza del diritto di difesa anche in relazione a procedimenti siffatti» (ff. 13 sentenza).

L’importanza della pronuncia in commento risiede nel fatto che valorizza il rito camerale «in ragione della sua maggiore funzionalità rispetto ad esigenze di semplificazione e concentrazione», giungendo a definire tale rito «una sorta di contenitore neutro, nel quale possono svolgersi non soltanto questioni inter volentes, ma vere e proprie controversie su diritti o status».

In tal senso, vedi Cass. sez. un., 19 giugno 1996, n. 5629, in Fam. e dir., 1996, 305, con nota di TOMMASEO.

Tale importante principio di diritto affermato dalla Prima Sezione della S.C. è applicabile anche ai procedimenti di cui all’art. 4 legge n. 54/2006, in tema di affidamento condiviso dei figli naturali, quale utile elemento interpretativo al fine di risolvere la questione interpretativa avente ad oggetto l’individuazione dell’autorità giudiziaria competente a pronunciarsi in ordine all’affidamento dei figli di genitori non uniti in matrimonio, ed alle pronunce consequenziali in tema di mantenimento ed assegnazione della casa familiare.

                                   

VEDI TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA